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power2Cloud13/01/266 min read

Universal Commerce Protocol (UCP): Google, Shopify e l’AI commerce

L’Universal Commerce Protocol (UCP) è uno standard pensato per far dialogare in modo coerente assistenti AI e sistemi eCommerce su dati e regole operative dell’acquisto: prezzo, disponibilità, spedizione, pagamento, post-vendita. L’obiettivo è abilitare lo shopping agentico, dove una conversazione può diventare un percorso d’acquisto completo, con passaggi “protetti” all’utente quando servono conferme, sicurezza o scelte personali.

All’NRF ’26, Google e Shopify hanno portato questa direzione al centro della scena, non più l’AI come strumento che ispira, ma come interfaccia che può orchestrare l’esperienza d’acquisto end-to-end. Il tema, però, non è la magia, è l’infrastruttura. Per far funzionare un acquisto dentro una chat (o dentro un’esperienza AI) serve un linguaggio comune che riduca ambiguità, errori e attriti.

Ed è qui che entra in gioco l’UCP.

 

Perché nasce l’Universal Commerce Protocol e perché dovrebbe interessarti

Oggi l’AI può conversare, ma per comprare davvero ha bisogno di regole e dati standardizzati.

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Gli assistenti AI sono bravissimi a interpretare intenti (“voglio un regalo utile”, “cerco una giacca impermeabile”), ma il commercio non vive di intenti, vive di vincoli. Varianti, stock, prezzi aggiornati, policy di reso, tempi di consegna, metodi di pagamento, identità e autorizzazioni. Nel mondo reale, basta una piccola incertezza per interrompere la fiducia e far saltare la conversione.

UCP nasce per risolvere proprio questo, creare una base comune che consenta ad agenti AI e merchant di capirsi su elementi concreti, senza dover costruire integrazioni su misura per ogni combinazione possibile.

C’è poi un punto strategico spesso sottovalutato, anche se l’acquisto avviene dentro un’interfaccia AI, il merchant non sparisce. L’idea non è delegare la relazione all’assistente, ma rendere l’esperienza più fluida, riducendo i passaggi inutili e mantenendo le regole del commercio sotto il controllo del brand: condizioni, policy, value proposition, identità del cliente.

In questa logica, UCP si posiziona come uno standard trasversale, non un linguaggio per una sola piattaforma, ma una base che può funzionare su larga scala e in contesti diversi. La presenza di grandi attori del retail nel perimetro del progetto va letta così. Se lo shopping agentico deve diventare normale, serve un livello comune di interoperabilità.

 

Il primo caso d’uso: il checkout nativo in Google

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Il punto d’arrivo più immediato è un checkout più “vicino” al momento della decisione. Lidea è permettere all’utente di completare un ordine con meno frizioni, senza spezzare l’esperienza tra ricerca, confronto e pagamento.

Tradotto? Meno salti, meno ripetizioni, meno possibilità che qualcosa si perda per strada. È qui che lo shopping agentico smette di essere un concetto e diventa un flusso.

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Come faccio a rendere il mio store leggibile per l’UCP

Come faccio a rendere il mio store leggibile per l’UC? Rendendo il tuo store “interpretabile” da un agente AI, cioè preciso nei dati e lineare nel checkout.

Qui è facile cadere in un equivoco. Non basta avere Shopify o essere su una piattaforma di vendita compatibile. Il vero fattore abilitante è la qualità di ciò che lo store comunica: catalogo, regole e affidabilità del processo d’acquisto.

Se un assistente AI deve guidare un acquisto, ha bisogno di certezze. Non può lavorare bene con descrizioni vaghe, varianti incomplete, disponibilità non aggiornata o condizioni nascoste. Questo non sostituisce la SEO classica, la estende. Perché oltre a essere trovabile, un prodotto deve essere anche selezionabile e acquistabile dentro una conversazione.

In pratica, diventano più competitivi i merchant che riducono l’incertezza.

Un catalogo con titoli comprensibili, descrizioni che rispondono alle domande reali, varianti complete e immagini coerenti aiuta l’AI a capire rapidamente se quel prodotto è adatto. Prezzo e disponibilità aggiornati sono la base, ma non bastano: spedizioni, resi, tempi, vincoli e condizioni devono essere chiari quanto il costo.

E poi c’è il punto che spesso decide tutto, il checkout.
Lo shopping agentico promette continuità, ma se al momento di chiudere emergono costi inattesi, condizioni poco trasparenti o passaggi macchinosi, quel percorso diventa meno “raccomandabile” anche per un agente AI. Non vince chi spinge di più, ma chi rende l’acquisto più leggibile e più sicuro.

Se vuoi una regola semplice da portarti a casa è questa: ottimizza per la chiarezza, presidia i canali ponte con Google (dove applicabile, feed e Merchant Center) e lavora perché attributi e informazioni siano completi e coerenti. Se la tua offerta è interpretabile, è più facile che l’AI la porti fino al checkout.

 

Che cosa può fare l’UCP per il mio brand

L’UCP riduce la complessità delle integrazioni, aumenta la flessibilità e crea un flusso assistito dove serve, senza perdere controllo.

Il primo beneficio è la negoziazione automatica delle capacità. Quando un assistente AI entra in contatto con un merchant, i due devono capirsi rapidamente su cosa è possibile fare: metodi di pagamento supportati, opzioni di spedizione, vincoli, eventuali programmi fedeltà. Con un protocollo comune, questa “messa d’accordo” diventa più semplice e scalabile, evitando soluzioni ad hoc che non reggono nel tempo.

Il secondo beneficio è la flessibilità senza blocchi. In un ecosistema sano, un brand deve poter introdurre nuove regole - uno sconto particolare, una logica di loyalty, un vincolo specifico - senza aspettare che ogni altro attore si adegui. Un protocollo ben progettato dovrebbe permettere agli assistenti di utilizzare ciò che riconoscono e ignorare ciò che non comprendono, senza fermare la vendita. Questo dettaglio è meno “sexy” delle demo, ma è la differenza tra un’innovazione di nicchia e un’adozione reale.

C’è poi una dimensione più concreta, e più umana: la collaborazione tra persona e macchina. Se l’AI incontra un punto critico - conferme di sicurezza, requisiti legali, scelte personali delicate - può spostare l’utente su un passaggio protetto con carrello e dati già pronti. Così la persona non ricomincia da capo: riprende dal punto esatto in cui l’assistente si è fermato.

Infine, UCP apre la porta a una gestione più dinamica dei pagamenti. Invece di forzare un percorso unico, abilita scelte diverse in base al contesto: preferenze del merchant, strumenti disponibili per l’acquirente, tipo di prodotto, area geografica, vincoli di sicurezza. In altre parole, il pagamento smette di essere un collo di bottiglia e diventa una parte “adattiva” del flusso.

 

Verso uno shopping sempre più agentico

Lo shopping agentico cambia un’abitudine profonda, sposta valore dalla sequenza di passaggi alla qualità della conversazione. Non perché parlare sia più romantico del cliccare, ma perché riduce attriti, ripetizioni e dispersione. Se l’esperienza resta continua, la probabilità di completare l’acquisto aumenta.

Questo porta anche un cambio di metrica mentale. Non basta più essere trovati su Google, ma essere presenti dove nasce la decisione, nel momento in cui l’utente formula un bisogno e cerca una risposta affidabile e immediatamente azionabile. Quando chiedi a un assistente AI un consiglio per un regalo o per un’esigenza specifica, la competizione si gioca su tre fattori: pertinenza, affidabilità e acquistabilità.

E qui entra in scena il tema della fiducia.
Se l’acquisto può essere avviato (o in parte concluso) dall’AI, servono guardrail chiari, conferme, identità, sicurezza, trasparenza. L’AI può togliere lavoro ripetitivo e burocratico, ma deve chiamarti in causa quando è necessario un controllo consapevole. È questa la direzione: un commercio più fluido, sì, ma anche più responsabile.

Che piaccia o no, il trend è questo. E vale la pena capirlo adesso, mentre si sta ancora definendo la grammatica.

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