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power2Cloud14/01/264 min

Migrazione enterprise: costi nascosti che rallentano vendite e CX

Oggi molti CEO e CTO si sentono tra incudine e martello. Da una parte hanno una struttura tecnologica legacy che rallenta la crescita e “consuma” energie, dall’altra, hanno paura che una migrazione interrompa l’operatività, metta a rischio le vendite e trasformi un progetto strategico in una crisi.

E così si rimanda. Si aggiungono patch, integrazioni, eccezioni. Si accetta un po’ di attrito in più, pur sapendo che il debito tecnologico cresce. Ma nel retail di oggi, restare fermi non è una scelta prudente, spesso è il rischio più grande.

All’NRF 2026, ascoltando interventi e conversazioni sul tema delle migrazioni enterprise (tra cui quello davvero interessante di Eduardo Frias, Field CTO Lifestyle Shopify), abbiamo ritrovato riflessioni che notiamo spesso anche nel lavoro quotidiano. 

Molte decisioni non sono bloccate dai “fatti”, ma dai falsi miti. E quando i falsi miti guidano strategia, i numeri, quelli veri, arrivano sempre dopo. A volte troppo tardi.

 

3 falsi miti che paralizzano le decisioni enterprise

Le decisioni aziendali odierne si basano spesso su presupposti obsoleti, ecco le tre più comuni.

1) “Una migrazione richiede dai 18 ai 24 mesi”

È una stima che spinge molti brand a rimandare e a rinnovare contratti con piattaforme che sentono già strette, per paura di non avere una finestra utile per cambiare. Tuttavia, studi condotti da EY su centinaia di casi reali dimostrano che piattaforme moderne come Shopify hanno tempi di implementazione mediamente più veloci del 20% rispetto ai competitor, con una probabilità del 66% superiore di rispettare le scadenze prefissate.

La domanda utile, quindi, non è “quanto dura una migrazione in assoluto”, ma: quanto dura la nostra migrazione, se smettiamo di costruire complessità mentre cerchiamo di “guadagnare tempo”?

 

2) “Superare il budget è inevitabile”

Qui c’è un trauma diffuso: progetti lunghi, scope che si allarga, consulenze che moltiplicano i giorni, costi che diventano difficili da spiegare anche internamente. Eppure, in quegli stessi dati citati da Shopify, emerge un’altra dinamica: le implementazioni risultano 3 volte più prevedibili rispetto al budget e, mediamente, con una migliore controllabilità economica rispetto a migrazioni su stack più rigidi e personalizzati.

In pratica: il problema non è la migrazione in sé, spesso è il tipo di progetto che costruiamo attorno alla migrazione (processi, dipendenze, decisioni tardive, requisiti non governati). È lì che nasce l’inevitabilità.

 

3) “La migrazione riguarda solo la tecnologia”

Questo è il mito più pericoloso, perché è quello che toglie valore all’intero investimento. Una migrazione enterprise non è un cambio di software, è un’occasione per rispondere a domande che, di solito, vengono rimandate:

  • quali processi ci stanno rallentando davvero?
  • dove stiamo spendendo tempo (e persone) solo per “tenere in piedi”?
  • cosa potremmo rilasciare, se non dovessimo chiedere permesso allo stack?

Le migrazioni che funzionano sono quelle in cui il focus non è “replicare tutto”, ma ridisegnare ciò che serve davvero: obiettivi, flussi, priorità, responsabilità.

 

Dal Total Cost of Ownership al True Cost of Ownership

Il TCO (Total Cost of Ownership) spesso viene calcolato guardando licenze, canoni, fee di transazione, costi infrastrutturali. Tutto corretto. Ma incompleto. Perché nel retail enterprise c’è un costo che pesa tantissimo e compare raramente nelle slide, il costo della frizione. Quello che paghi ogni settimana in tempo, energia, talenti e opportunità perse.

Ecco perché ha senso parlare di True Cost of Ownership, un modo più realistico di misurare il costo della piattaforma nel suo impatto quotidiano.

Dentro ci sono almeno tre voci che cambiano davvero la conversazione:

  • costi umani (e carico operativo)
    Quante persone servono per far funzionare la piattaforma? Quante per farla evolvere? E quante, invece, sono “bloccate” in un ruolo di manutenzione continua? Secondo il report “Developer Coefficient” di Stripe, i developer stimano di “sprecare” in media circa 17,3 ore a settimana in manutenzione (debug, refactoring, gestione di bad code, errori).
  • costi di manutenzione (tempo sottratto all’innovazione)
    Ogni ora spesa a gestire complessità è un’ora tolta a velocità, conversion rate, sperimentazione, ottimizzazione.
  • semplificazione dello stack (dipendenze e strumenti “obbligati”)
    Molte aziende si ritrovano a comprare software terzi per tappare buchi: performance, sicurezza, ridondanza, gestione del catalogo, integrazioni… e poi a gestire un ecosistema in cui tutto dipende da tutto. Quando lo stack si semplifica, non cambia solo la tecnologia, ma il modo di lavorare.

Su questo punto Shopify cita un TCO inferiore (in media) rispetto ad altre piattaforme enterprise, proprio grazie a un modello che riduce complessità e dipendenze. Lo sapevi?

 

Risultati tangibili: velocità e revenue

Quando una migrazione è progettata bene, il beneficio non è solo risparmio, ma soprattutto capacità di accelerare che nel retail significa:

  • migliorare le performance (che incidono direttamente su conversione e customer experience)
  • rilasciare più spesso, con meno rischio
  • reagire al mercato senza pagare ogni cambiamento con settimane di lavoro infrastrutturale.

Un esempio concreto è Urbanstems che ha migrato da Salesforce Commerce Cloud a Shopify in 4 mesi, poco prima di un picco critico come San Valentino, ottenendo zero downtime e una riduzione del TCO del 15%.

Questa è la parte che interessa di più. Non migrare per migrare, ma migrare per proteggere i momenti in cui il business si gioca tutto (peak season, campagne, drop, espansione internazionale, nuove linee di prodotto).

Smetti di scegliere tra controllo ed efficienza! 

All’NRF 2026 è arrivato chiaro il messaggio che queste alternative sono falsi dilemmi, figli di architetture e modelli operativi superati. La vera scelta, oggi, è un’altra, continuare a investire una parte importante del tempo dei talenti per “mantenere”, oppure liberare quelle risorse per costruire crescita.

La tecnologia non dovrebbe essere il punto in cui il business frena, ma il punto in cui il business prende slancio.

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